RECENSIONI 1968-1998


    Mario Capanna, Lettera a mio figlio sul Sessantotto, Rizzoli, Milano 1998, pp. 166

Non è facile parlare di un libro di Capanna sul '68. La prima reazione che la notizia di questa nuova pubblicazione in occasione del trentennale mi aveva suscitato era stato il rifiuto più totale: l'ennesima 'sbrodolatura' autobiografica sulla propria giovinezza, sulla propria figura morale di leader del movimento milanese. Il tutto era confermato dal rilievo e dalla grancassa che su giornali e televisione veniva fatto al nuovo libro, come in occasione del ventennale per l'altro suo libro - una delle cose più brutte uscite in quell'occasione sul 1968. Da un lato il fatto di pubblicare per Rizzoli e conseguentemente la subordinazione prona dei giornalisti alla voce del padrone, dall'altro il fatto che ormai Capanna rappresenta l'icona più naturale del reduce del '68: un santino, un bel volto da presentare in televisione, capace di parlare bene e in maniera forbita, una figura ricca di una sua dignità per le scelte successive al '68 - francamente di gran lunga migliori del ruolo avuto dal nostro nel terribile movimento studentesco milanese. Nonostante tutte le riserve possibili, però, proprio per questo carattere di rappresentazione verso l'esterno del '68 di Capanna, diviene inevitabile acquistare il libro e leggerlo.

Alla fine della rapida lettura del volumetto, scritto sotto la forma di una lunga lettera al figlio Dario, i peggiori pregiudizi vengono confermati. Si tratta di un brutto libro, saccente, moralistico, per alcuni versi poco veritiero e soprattutto inutile, completamente inutile sia per dare elementi di conoscenza sull'anno della contestazione (“E' dunque utile ristabilire la verità del '68 attraverso la verità sul '68”, p. 11), sia per offrire spunti interpretativi in particolar modo per la situazione italiana. Si tratta dell'ennesima narrazione autobiografica, che fra l'altro essendo l'ennesima, proprio per questo non offre neanche nessuna nuova curiosità o aneddoto.

D'altronde il punto di partenza già di per sé è significativo e forse dopo la prima pagina si potrebbe anche chiudere il volume. Siamo infatti nel luminoso orizzonte storiografico del passato che “aiuta a capire il presente e a immaginare meglio il futuro” (p. 9); fortunatamente, visto il gusto dell'autore per le citazioni classiche e latine, ci viene risparmiata la storia magistra vitae. Il libro scorre in dieci brevi capitoli che partendo da quello che viene considerato da Capanna l'incipit del '68 italiano, l'occupazione alla Cattolica di Milano, svolazza per il biennio '68-'69, riepiloga alcuni avvenimenti della dimensione mondiale dell'anno della contestazione, affronta il tema della violenza, e offre alcuni spaccati di giudizi sull'anno mirabile nella forma di brevi frasi da 'baci perugina'. Per quanto riguarda la vicenda italiana non c'è alcun tentativo di inserire il biennio in un ciclo storico politico più ampio; l'intera vicenda è totalmente decontestualizzata da quello che avviene nel paese, sia da un punto di vista politico ed economico che sociale e culturale. Problematizzazioni sulla categoria dei giovani, oppure sul pensiero marxista eretico sono parimenti del tutto assenti. Il quadro internazionale è presentato nella forma della giaculatoria sul carattere mondiale del '68, come piatto elenco rispetto al fatto che la contestazione esplose superando barriere geopolitiche e culturali.

La piattezza e conseguentemente la noia sono la cifra complessiva della narrazione. Il nodo della violenza e del rapporto in Italia tra movimento e terrorismo viene svolto nella stessa identica maniera di 10 anni prima; da questo punto di vista si può dire che al buon Capanna non è passato un giorno nell'ultimo decennio. I movimenti sono non violenti, se esercitano in alcuni rari casi la violenza, è solamente in forma difensiva; la violenza è quella esercitata dal potere in tutto il mondo contro i movimenti a Est, come a Ovest, nel ricco Nord, come nel povero Sud del mondo.

La finalità di Capanna è sicuramente lodevole nel rispondere alle squallide interpretazioni conseguenziali per le quali si comincia con l'occupare una scuola e poi si finisce inevitabilmente con lo sparare a qualcuno (è questa d'altronde l'applicazione a questo tema della tesi del passaggio dallo spinello all'eroina). Resta il fatto che in primo luogo questa tesi sembra ormai sostanzialmente abbandonata anche dai nemici del '68; se Capanna leggesse un po' di più di libri di storia si sarebbe accorto che l'interpretazione dominante che emerge da questo trentennale va sempre di più nel senso di estrapolare il '68, l'autentico '68, cioè pochi mesi, o addirittura pochi giorni, da quello che segue. E' il dopo '68 che fra l'altro per questi studiosi si porta appresso anche il problema del rapporto con la violenza e con i successivi anni di piombo. Secondariamente, ma non troppo, resta il fatto che questa interpretazione di Capanna, oggi come 10 anni fa, è falsa, né più né meno di come lo sono quelle della stretta conseguenzialità. I movimenti della fine degli anni '60 non sono assolutamente dominati dalla cultura della non violenza e del pacifismo: sono movimenti sovversivi nei quali la fascinazione per il gesto è molto forte, strettamente legata alla dimensione subculturale giovanile; sono movimenti che si pongono il problema del rovesciamento dei poteri costituiti; sono movimenti estremisti pronti a rispondere sulle piazze, ma pronti anche a imporre con la forza le proprie azioni. Il fatto che la questione della violenza sia dentro la riflessione, o per meglio dire più nella pratica che nella riflessione dei movimenti, non comporta assolutamente nessun legame ineluttabile con la deriva terroristica che in alcuni paesi portò settori dei movimenti alla scelta della lotta armata, così come non nega le responsabilità criminali della risposta violenta dei poteri in tutto il mondo contro la contestazione.

Alla fine quindi, superata la noia e la voglia di iscriversi al club dei 'nemici del '68' resta solamente un pensiero di solidarietà per Dario, il destinatario della lettera. Caro Dario sorvola su questo brutto libro, la storia vissuta da tuo padre nel '68, ma soprattutto dopo, è di gran lunga migliore di come tuo padre la racconta.

Marco Grispigni

 
       

www.media68.com | febbraio 1998