RECENSIONI 1968-1998


    Michele Brambilla, L'eskimo in redazione, Milano, Mondadori, 1998, pp. 214, lire, 12.000

Michele Brambilla non è nuovo a ricostruzioni fatte appositamente per fagocitare l'uso pubblico della storia. Lo aveva già fatto licenziando il suo libro dal titolo già esemplificativo Dieci anni di illusioni. Storia del sessantotto (Rizzoli, 1994) che proponeva un'immagine di quegli anni come tempi turbolenti, disordinati, spettacolarmente gestiti da azioni terroristiche di destra e di sinistra. Ora ritorna su questo tema con questo libro dal titolo già significativo e polemico.
L'eskimo, nell'immaginario collettivo trasmesso dalle foto e dai cinegiornali relativi ai cortei, era "la divisa" di una generazione giovanile che all'epoca non frequentava certo le redazioni dei giornali e delle televisioni, In questo senso l'eskimo in redazione non si riferisce ai giovani "estremisti" di quegli anni (quelli che approderanno nelle redazioni di giornali e televisioni, negli anni Ottanta, avevano da un pezzo sotterrato "l'eskimo di guerra"), ma agli intellettuali e ai giornalisti di sinistra, rimproverati da Brambilla, di troppa comprensione e condivisione per le politiche e le agitazioni portate avanti dai gruppi extraparlamentari; una "vera e propria ubriacatura della nostra intellighenzia" la definisce Indro Montanelli nella presentazione.
Contemporaneamente, Brabilla sottolinea come molti ex extraparlamentari oggi siedano nei posti di direzione del mondo della comunicazione dopo aver fatto esperienza nel giornalismo militante e movimentista degli anni Settanta. A questi l'autore non rimprovera il fatto di aver cambiato idea (anzi, afferma che esso è un diritto che va riconosciuto e difeso), quanto di non voler fare i conti "con la propria storia". Ed è proprio muovendo da questa debolezza di memoria, dallo spazio lasciato vuoto dalla recente ricerca storiografica sugli anni seguenti il sessantotto, che l'autore ha buon gioco nel presentare le sue carte sparse. Si addentra infatti in una ricostruzione tutta giornalistica e spettacolare di fatti e di eventi accaduti negli anni Settanta: dalle Brigate Rosse, all'uccisione dell'agente Annaruma, alla morte di Giangiacomo Feltrinelli, all'assassinio di Calabresi, di Ramelli e di Brasili, fino al ferimento di Montanelli da parte dei terroristi di sinistra, all'omicidio di Pasolini e al caso di Doretta Graneris.
E' da notare subito che nessun capitolo è dedicato direttamente alla strage di Stato, a Valpreda o a Pinelli. Non c'è, naturalmente, nessun tentativo di contestualizzazione storica, la vis polemica è il solo ingrediente costitutivo della narrazione, che si basa sul sensazionalismo e sulla continua denuncia di quanto fosse "cattiva", subdola e perversa la sinistra italiana vecchia e nuova e di come il '68 contenesse già dentro di se tutti e solo quei germi maligni.
Germi maligni che erano nati, non nel piccolo lasso di tempo del pre-sessantotto, così come noi siamo abituati ad intenderlo, ma nel Settecento, (perché, scrive Alberto Biuso, "l'uomo del sessantotto è l'uomo di Rousseau" (p. 9), o forse ancor prima: "le radici sono ancora più profonde. L'Antico Testamento... si coniuga al modello del militante bolscevico" (p. 23); il libro Lettera a una professoressa, viene definito un esempio di "khomeinismo pedagogico" (p. 22), madre di tutte le scelleratezze pedagogiche e d educative.
Un sessantotto colpevole di tutte le nefandezze degli anni seguenti, e più in generale, assieme all'Illuminismo a Rousseau, padre della degenerazione finale di una società umana fotografata sulla via di una inarrestabile decadenza a causa del trionfo della modernità, della tecnica, della democrazia e dell'egualitarismo. Senza mai peritarsi di verificare se ciò che dice è vero o falso (ma per chi rinnega il sapere logico, scientifico e con esso le scienze storiche e sociali, ciò è secondario, perché ritiene che la realtà storica sia contenuta nell'atto di scrivere parole su un foglio bianco), le sequele di insolenze e di accuse, degne di un pubblico ministero di provincia ai tempi delle grandi purghe staliniane, continuano: "gli elementi ideologici del Sessantotto sono gli stessi del terrorismo" (p. 30) esso ha elementi in comune col totalitarismo nazista e staliniano (p. 70), che è all' "origine dei successivi fenomeni criminali" (p. 84).
L'egualitarismo sessantottino ha corroso la società e la scuola. Queste istituzioni per ben funzionare devono basarsi sull'elitarismo "l'istruzione è elitaria, la civiltà è elitaria" (p. 65), mentre invece nel sessantotto "anche l'operaio voleva il figlio dottore", come cantava Pietrangeli in Contessa . La critica all'URSS era fatta dal movimento per accusare quel paese di non essere più abbastanza stalinista, perché il movimento cercava la libertà pensando "ad una dittatura feroce" (p. 28). E così di seguito, per fortuna per sole 104 pagine. Insomma se è da rispettare l'esigenza di una ricostruzione da "destra" di quegli eventi, questi due libri non mi paiono rappresentare un contributo in questa direzione in quanto manca completamente (e direi volutamente) l'approccio storico sociale.

Diego Giachetti

 
       

www.media68.com | febbraio 1998