RECENSIONI 1968-1998


    Franco Berardi (Bifo), La nefasta utopia di Potere operaio, Castelvecchi, Roma 1998, lire 29.000

Come spesso accade nel leggere un lavoro di Franco Berardi, al secolo "Bifo", si può spesso essere presi da un certo fastidio: l'intellettualismo e il gusto per l'iperbole imperversano nel testo. Ma se il lettore 'resiste' e prosegue, ci si può rendere conto che proprio nell'iperbole della narrazione passano alcune affermazioni e intuizioni di notevole livello.
E' lo 'stile Bifo', prendere o lasciare, una sorta di marchio di fabbrica fin dai tempi di Radio Alice e "A/traverso". A volte nei suoi libri il predominio lo prende lo stile, a volte invece l'equilibrio fra stile e contenuti porta a opere interessanti e sulle quali vale la pena di riflettere.
E' il caso di questo libro, che conoscendo l'autore non è certo né un libro di storia, né uno di memorie. E' un lavoro interpretativo che, partendo da una lettura molto netta dell'esperienza di Potere operaio, affronta alcuni nodi relativi al presente, alla possibile individuazione di chiavi e comportamenti conflittuali.
Punto di partenza sono le analisi, sviluppatesi a partire dalla fine degli anni '50 in quella che viene definita l'area dell'operaismo, capaci di cogliere il primo manifestarsi dei processi contemporanei di disgregazione della società fondata sul lavoro.
Il nodo è quindi quello dell'interpretazione del passaggio dalla società industriale a quella postindustriale, cioè a una società nella quale "il reddito necessario alla sopravvivenza non può continuare ad esser dipendente dalla prestazione di lavoro" (p. 8).
Le riflessioni che Bifo porta avanti presentano, fra l'altro, un notevole interesse rispetto a uno dei temi della polemica politica attuale, quello relativo alla riduzione dell'orario di lavoro (le "35 ore"); Bifo si muove in una logica profondamente diversa, in qualche modo assimilabile a quella del "salario di cittadinanza".
In questa sede quel che ci interessa maggiormente di questo libro sono alcune affermazioni in chiave di interpretazione del '68 e dei primi anni '70. "Niente di più insensato" che scambiare la fine del comunismo come l'esemplificazione della sconfitta del '68. "Il comunismo in quanto sistema stabilito e in quanto formazione economica e sociale poteva ormai, nel '68, essere giudicato per quello che era: un sistema totalitario e criminale schierato a protezione di un modo di produzione feudale e burocratico, chiuso a difesa degli interessi di una classe dirigente autoritaria e arretrata che si proteggeva contro la dinamica espansiva e progressiva del capitalismo...Il capitalismo è un sistema intrinsecamente dinamico e progressivo, il comunismo è stato un sistema di conservazione aggressiva, di chiusura militare e autoritaria a difesa di interessi feudal-burocratici" (p. 10).
Allora, si domanda Bifo, perché gli studenti del '68 parlavano di comunismo? "Perché comunismo significava anche un'altra cosa: il movimento reale del lavoro contro il lavoro, il movimento reale di autonomia contro lo Stato, la ribellione degli operai contro il lavoro salariato, la ribellione degli oppressi contro lo Stato autoritario, l'autorganizzazione delle forze sociali contro il capitalismo, la solidarietà degli sfruttati contro la guerra imperialista" (p. 11).
L'estraneità del '68 alla divisione bipolare del mondo fu dunque una sorta di annuncio dell'89 e del crollo del sistema bipolare.
Come detto nel libro la storia di Potere operaio, tratteggiata con interessanti spunti interpretativi nel secondo capitolo ("Ultimi bagliori di Novecento") è solamente uno spunto per seguire quella linea interpretativa attenta alle trasformazioni del sistema produttivo che ebbero un ruolo centrale nel cambiamento di clima e nella chiusura di una fase economico-politica proprio a cavallo tra gli anni '60 e '70. A questo proposito Bifo, con una certa 'civetteria' intellettuale sostituisce alla categoria dell'operaismo quella del "composizionismo", "perché il concetto essenziale è quello di composizione: composizione sociale, composizione e ricomposizione di classe, composizione del cervello sociale" (pp. 17-18).
La vicenda di Potere operaio da cui muove Bifo, ironizzando su un articolo di Giorgio Bocca intitolato appunto "La nefasta utopia di Potere operaio" è quella del superamento della tradizione storica del movimento operaio e la fuoriuscita dal suo solco. La critica del lavoro salariato, l'attenzione sul Marx 'antistatuale', la capacità di cogliere le trasformazioni nella composizione di classe fanno dell'area dell'operaismo (Bifo ci perdonerà se continuiamo a utilizzare questo termine) il vero fulcro dell'elaborazione più innovativa che sottende all'esplosione del '68, "di quel movimento cosiddetto studentesco che in realtà rappresenta (oggi possiamo dirlo) la prima manifestazione della forza di produzione sociale postindustriale e postoperaia che è il lavoro mentale socializzato" (p. 92).
La vicenda del '68 italiano è conseguentemente letta come l'articolazione dello scontro tra chi vede il movimento come manifestazione della proletarizzazione delle masse studentesche (le tesi del "salario agli studenti") e quelle che Bifo definisce le "componenti coscienzialiste", cioè quei settori che vedono nel movimento studentesco un'area che deve prendere coscienza del suo carattere secondario rispetto alla centralità del conflitto operaio.
Seguendo questa linea interpretativa Bifo è molto duro con l'esperienza dello stesso Potere operaio, nel quale a partire dal primo convegno nazionale del gennaio 1970 a Firenze, emerge una linea neo leninista, che soffoca le intuizioni della centralità dell'analisi sull'autonomia della classe e sulla sua composizione.
Al termine di questa svolta, il "partito dell'insurrezione" che si costituisce risulta incapace di sostenere le espressioni più forti dell'autonomia di classe che fino alla vicenda dell'occupazione di Mirafiori nel 1973 si manifestano in numerosi comparti produttivi. La conclusione non potrà che essere lo scioglimento di PO, di fronte anche alle tendenze sempre più spiccatamente militariste che si affermano nell'organizzazione. La vicende successive e in particolar modo l'esplosione del movimento del '77, con il proletariato giovanile, segnalano l'emergere di un movimento che "sembra non aver più come proprio orizzonte il Novecento europeo, e lo scenario fosco del marxismo-leninismo" (p. 142).

Marco Grispigni

 
       

www.media68.com | febbraio 1998